Violetta Marovelli
direttamente dal paradiso che non ci meritiamo
I quadri di Violetta Marovelli si iscrivono nell'ormai lunga tradizione dei vedutisti locali innamorati della Riviera del C nero e della campagna cos timida e meticolosa dei dintorni agresti marchigiani: allargano un vasto sorriso sullo splendore della natura anche nelle stagioni meno felici, nelle brume che si posano sui rovi. Violetta sembra inchinarsi alla rappresentazione di una realt che, per quanto idealizzata conserva la materica concretezza della terra: profuma e odora di verde e di argilla bagnata, di fiori di campo e di vento di mare, del'amaro delle ginestre e della salsedine.
Le sue immagini sono filtrate solo da una fedelt commovente, dalla materna relazione tra la sua sensibilit e le creature. Senza fine la gamma dei colori che la pittrice sa attribuire a una vegetazione che solo a lei, ai suoi occhi mai apparsa cos rigogliosa. Noi osservatori comuni non sapremmo raccontarla neanche a parole. Il suo stile non ricercato, ma accessibile, anche per una sorta di autentica spontaneit insita nel carattere: un carattere che la induce a fermarsi con gli occhi spalancati davanti alle piccole, inestimabili cose della natura.
Sono scene d'Arcadia senza pastori, le sue: non c' presenza umana se non il segno delle cose umane costruite da chi, forse, potrebbe essere pure scomparso per sempre da questo pianeta, dive di nuovo la vegetazione cresce spontanea sui solchi scavati tanto tempo fa dall'umanit .
Si ha un'impressione di rinascita, di palingenesi, nei quadri di Violetta, in cui il turbamento delle vicende tragiche che la storia si porta dietro sia stato sconfitto definitivamente: siamo dopo quel D-Day che non ha lasciato altro che il trionfo della natura, con l'incruenta memoria di un'umanit che questo paradiso proprio non stato capace di meritarselo.
Lucilla Niccolini
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